Il “Quartiere dei Carristi” di Casagiove, nei ricordi di Peppe Tarascio

Scritto da il 4 maggio 2018

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Introduzione

Concetto Tarascio, conosciuto affettuosamente col nome “Peppe”, nonostante la sua lontananza da Casagiove, con entusiasmo ha voluto dare luce ai suoi ricordi giovanili, in quanto visse con la sua famiglia negli appartamenti concessi in passato ai militari, all’interno della Caserma borbonica casagiovese. L’autore attraverso questo primo scritto ricorda i luoghi, le persone e il tempo passato a svagare la mente all’interno dell’edificio storico, suscitando un pizzico di curiosità nei lettori, ma soprattutto in coloro, che come lui, in giovane età hanno avuto modo di vivere e frequentare questo luogo intriso di memoria storica. Il racconto di Peppe Tarascio, dopo una attenta lettura risulta essere una preziosa fonte di storia, perché, come più volte fatto presente, anche i racconti delle persone più adulte devono camminare parallelamente con le fonti storiche scritte, compensandosi reciprocamente. Ringrazio vivamente Peppe Tarascio, per aver voluto condividere tramite la presente testata giornalistica, il suo contributo di cultura e varia umanità. Sarebbe bello, infine, se gli interessati alla lettura di questo contributo, una volta stampato, possano rileggerlo percorrendo gli angoli più sperduti della Caserma borbonica, sotto forma di vera e propria “guida turistica”.

Antonio Casertano

 

 

 

 

Avevo tre anni quando mio padre, sottufficiale dell’Esercito, fu trasferito a Caserta, alla “Scuola Truppe Corazzate”, e gli fu assegnato un alloggio demaniale a Casagiove. Dunque la famiglia (di origine siciliana) si stabilì nel complesso immobiliare, conosciuto come il “Quartiere Militare”, costituito da una serie di edifici, risalenti all’ epoca borbonica, compresi tra Via Santa Croce e Via Quartiere Nuovo, antistanti al vasto terreno agricolo più tardi lottizzato e trasformato in Rione Santa Caterina. Il “Quartiere” era di fatto una ex caserma di fanteria, la “Renato De Martino”, precedentemente intitolata a “Pilade Bronzetti”, l’eroe garibaldino le cui gesta erano immortalate in una targa marmorea, collocata in uno dei cortili interni, vicino a quella bronzea che riportava il “Bollettino della Vittoria” del 1918. La “De Martino”, caserma del Regio Esercito che conservava evidenti tracce lasciate durante il “ventennio”, successivamente alla “Resa di Caserta” del 1945, era stata utilizzata dalle truppe americane, vittoriose del secondo conflitto mondiale. Nel 1969, quattro ragazzi americani vennero a visitare questo luogo dove i loro genitori avevano prestato servizio e uno di essi, aiutato da me e da Sandro Crisci (vicino di casa e cugino della mia futura moglie), ritrovò il nome del suo papà scritto sul muro di un camerone adiacente all’alloggio dove abitava la mia famiglia (ricordo che la parete di fondo di quel camerone era pitturata con figure futuriste di chiaro stile fascista). Quell’incontro è documentato dalla foto qui a lato scattata, sviluppata e stampata dall’amico Michele Spirito, il fantasioso e creativo futuro ingegnere che, a casa sua, sita in fondo a Via Quartiere Nuovo, aveva a disposizione un’invidiabile sala hobby che includeva una camera oscura, un tavolo da disegno con tecnigrafo e una piccola officina dove costruiva aeromodelli in legno di balsa, azionati da motorini a scoppio.

Trascorsi gli anni della fanciullezza in quel ristretto ambito militare, una sorta di “enclave” con grossi cancelli chiusi a chiave e un custode (il “guardiano”) che ne controllava gli accessi. Eravamo isolati dal resto del paese e, di conseguenza, vi era un certo antagonismo tra noi ragazzi del “Quartiere” e gli altri che abitavano in paese. Noi li chiamavamo “i casagiovesi” e, per loro, noi eravamo, genericamente, i carrist’.

Per i nostri svaghi avevamo a disposizione l’ampia area che un tempo costituiva la “Piazza d’armi” (successivamente data in concessione al Comune per essere utilizzata come campo di calcio) e il nostro gioco preferito era, ovviamente, quello di costruire barricate e fortini con i mattoni e le tegole rotte rivenienti da un capannone pericolante lì presente, adibito precedentemente a teatro. Come vessillo usavamo un consunto e anacronistico tricolore con stemma sabaudo e qualche volta, emulando “I Ragazzi della Via Paal”, abbiamo fatto a sassate con “i casagiovesi”; per fortuna mai con gravi conseguenze.

Da questo particolare “isolamento” uscivamo la domenica pomeriggio per andare al “cinema in caserma”, cioè la caserma “Ferrari Orsi” di Caserta sede della “Scuola Truppe Corazzate”, dotata di una capiente sala di proiezione. Nell’adiacente bar (in termine militare chiamato “spaccio”), dove acquistavamo lo snack di rito o giocavamo a “bigliardino”, vi era uno dei primi apparecchi televisivi dell’epoca e, incredibilmente, ricordo ancora (era luglio del ‘56) che da lì appresi la scioccante notizia dell’affondamento del transatlantico “Andrea Doria”. Per andare, invece, al “Cinema Vittoria” di Casagiove, in Viale Trieste (locale chiassoso e sempre avvolto da una nuvola di fumo di sigarette) dovetti aspettare di essere un liceale.

A parte quanto sopra detto, eravamo ben inseriti nell’ambiente scolastico di Casagiove e, infatti, molti di noi frequentarono l’asilo e le elementari presso l’istituto privato delle “Suore degli Angeli”, che aveva sede nell’attuale Piazza degli Eroi. La mattina andavamo a scuola in gruppetto, guidati dai più grandicelli, ma sempre con un occhio vigile da parte dei genitori. La mia formazione scolastica è proseguita poi alla scuola media “Pietro Giannone” di Caserta (il cui motto che, leggendolo quotidianamente sul muro delle scale di accesso, mi è rimasto impresso, era Non scholae, sed vitae discimus, “Non impariamo per la scuola, ma per la vita”) e al liceo scientifico “Armando Diaz” di Caserta. Mi sono infine laureato in Matematica a indirizzo informatico presso l’Università “Federico II” di Napoli.

Dopo la laurea e il servizio militare mi sono trasferito a Roma, dove tuttora risiedo.

 

 

 

Concetto Tarascio detto Peppe, siciliano di origine, è cresciuto a Casagiove fino all’età di 25 anni. Laureato in Matematica alla Federico II di Napoli, nel 1975 si è sposato e trasferito a Roma, dove risiede tuttora. Dopo aver percorso tutta la carriera di banca, da impiegato a dirigente, ora in pensione, si occupa di volontariato e coltiva la passione per la lingua e la cultura siciliana. Nel 2014 ha pubblicato un libro di proverbi e modi di dire siciliani (“Ccà luci a fera”, Verba Volant Edizioni, Siracusa).

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